Qui al podere del Gufo stasera fa freschino, nelle viscere di una stagione indefinita. E' un'ipotesi temporale dentro una fantasia di luogo: reale in quanto descritta, vera in quanto viva. Mi interrogo se il senso delle cose sarebbe lo stesso in un universo senza tempo, saturato dall' "adesso", senza rimorsi, lezioni, paure, fedeltà da vidimare.
Ho perso qualcosa in questi anni e ho guadagnato qualcosa in questi anni; e in definitiva sono sempre e solo un'ipotesi in questo lungo presente, in luogo descritto e tempo convenzionale, aperto.
sabato 5 febbraio 2011
giovedì 20 gennaio 2011
L'anarchia del potere
Di Salò o Le 120 Giornate di Sodoma ho visto solo alcuni spezzoni, ma ho letto dioverse cose a riguardo e mi sono fatto un'idea.
Pasolini dichiara su questo film - testamento. "Nulla è più anarchico del potere. Ciò che il potere vuole è arbitrario, dettato da sue necessità... di carattere economico.... che sfuggono alla logica comune". Salò è il film maledetto di Pasolini, in cui l'uomo è rappresentato come un animale sfrenato, demoniaco, pienamente capace di applicare l'intelligenza al perseguimento del male. I quattro rappresentanti di quattro poteri reclutano esseri umani in rapporto ai quali viene costruito un rapporto di potere totale che ricorda i lager nazisti. Separati dal resto della società, in una villa persa nelle campagne, i quattro poteri sfogano le loro deviazioni in una trasgressione totale orientata alla morte; e solo la morte in ultima analisi, supera nella sua negatività assoluta le azioni degli uomini, che in essa si dissolvono.
Sul termine trasgressione occorre essere più precisi: non si tratta della trasgressione di qualche regola. Si tratta della creazione di nuove regole: quella che nel mondo è trasgressione, quindi, diventa ordine, un ordine sotto cui a pochi è lecito tutto sui molti. Così il potere è anarchia pura, una libertà "nera" che degrada presto nel caos e nella morte.
Pasolini era un perverso? Il film, in gran parte inguardabile, era una rappresentazione delle sue fantasie più disturbate?
Oppure era l'ultima grande parabola su un mondo che stava perdendo identità e quindi morale, per sostituire tutto con la panacea di un nuovo ordine negativo, quello del consumo? Un mondo in cui i sudditi non sapevano più di esserlo, e in cui essi benedicevano le forze che, se necessario, avrebbero portato al loro annullamento in una forma di dominazione totale e invisibile?
Difficile dirlo. Ma senza arrivare a quegli abissi, in cui l'uomo deve aver paura di se stesso, le cronache di questi giorni ci dicono che Pasolini aveva ragione perchè il meccanismo che aveva individuato esiste ed è perennemente in funzione.
Con una sostanziale differenza tra rappresentazione pasoliniana e realtà della cronaca. Mentre in quella il rapporto di potere assoluto si autodistrugge nell'indefinita morte, intesa come eternità che scioglie l'uomo nella sua polvere di in-significanza, nella cronaca siamo di fronte ad un sovrano che dopo aver edificato il suo impero, viene domato da esso. Il rapporto di potere tra Berlusconi e la sua oscena corte, che si estende ben oltre i confini delle sue tenute, è giunto ad un punto di rottura: egli non è riuscito a edificare quella separazione dal contesto che lo avrebbe portato a degenerare fino alle estreme conseguenze. E ora è costretto a subire egli stesso l'influenza di chi si credeva di dominare: ricattato dalle sue puttane, derubato dagli amici, tradito da quella chiesa a cui ha elargito sostanze pubbliche in quantità oscene.
La scarna moralità di base della bestia - uomo, forse solo un istinto di sopravvivenza, c'è ancora, nonostante tutto.
Pasolini dichiara su questo film - testamento. "Nulla è più anarchico del potere. Ciò che il potere vuole è arbitrario, dettato da sue necessità... di carattere economico.... che sfuggono alla logica comune". Salò è il film maledetto di Pasolini, in cui l'uomo è rappresentato come un animale sfrenato, demoniaco, pienamente capace di applicare l'intelligenza al perseguimento del male. I quattro rappresentanti di quattro poteri reclutano esseri umani in rapporto ai quali viene costruito un rapporto di potere totale che ricorda i lager nazisti. Separati dal resto della società, in una villa persa nelle campagne, i quattro poteri sfogano le loro deviazioni in una trasgressione totale orientata alla morte; e solo la morte in ultima analisi, supera nella sua negatività assoluta le azioni degli uomini, che in essa si dissolvono.
Sul termine trasgressione occorre essere più precisi: non si tratta della trasgressione di qualche regola. Si tratta della creazione di nuove regole: quella che nel mondo è trasgressione, quindi, diventa ordine, un ordine sotto cui a pochi è lecito tutto sui molti. Così il potere è anarchia pura, una libertà "nera" che degrada presto nel caos e nella morte.
Pasolini era un perverso? Il film, in gran parte inguardabile, era una rappresentazione delle sue fantasie più disturbate?
Oppure era l'ultima grande parabola su un mondo che stava perdendo identità e quindi morale, per sostituire tutto con la panacea di un nuovo ordine negativo, quello del consumo? Un mondo in cui i sudditi non sapevano più di esserlo, e in cui essi benedicevano le forze che, se necessario, avrebbero portato al loro annullamento in una forma di dominazione totale e invisibile?
Difficile dirlo. Ma senza arrivare a quegli abissi, in cui l'uomo deve aver paura di se stesso, le cronache di questi giorni ci dicono che Pasolini aveva ragione perchè il meccanismo che aveva individuato esiste ed è perennemente in funzione.
Con una sostanziale differenza tra rappresentazione pasoliniana e realtà della cronaca. Mentre in quella il rapporto di potere assoluto si autodistrugge nell'indefinita morte, intesa come eternità che scioglie l'uomo nella sua polvere di in-significanza, nella cronaca siamo di fronte ad un sovrano che dopo aver edificato il suo impero, viene domato da esso. Il rapporto di potere tra Berlusconi e la sua oscena corte, che si estende ben oltre i confini delle sue tenute, è giunto ad un punto di rottura: egli non è riuscito a edificare quella separazione dal contesto che lo avrebbe portato a degenerare fino alle estreme conseguenze. E ora è costretto a subire egli stesso l'influenza di chi si credeva di dominare: ricattato dalle sue puttane, derubato dagli amici, tradito da quella chiesa a cui ha elargito sostanze pubbliche in quantità oscene.
La scarna moralità di base della bestia - uomo, forse solo un istinto di sopravvivenza, c'è ancora, nonostante tutto.
sabato 8 gennaio 2011
Dio salvi il Tricolore, Napolitano, il pranzo patriottico. Sette gennaio 2011, in piazza ho visto l'Italia migliore: scappate finché potete!

Solo in un posto dove i cessi si chiamano ritirata - come in certe stazioni della sicilia con le facciate grattate dal sole - ovvero il Teatro Valli, solo in un luogo così fuori luogo mi sarei potuto permettere di amare al tempo giusto Giorgio Napolitano, il suo cappello, il suo stare seduto scomposto sulla sedia durante il cannoneggiante e stracciapallissimo discorso di Alberto Melloni, in cui il prof implora a se stesso di non citarsi citando di striscio suo padre, una prolusione a profusione bellissima durante cui tutti sono andati a fumare nelle ritirate, fumatori passivi compresi; questa scena pazzesca mi ha inebriato, con Napolitano con la schiena storta come la mia che cercava di seguire quel torreggiante serpentone di citazioni alla umbertoeco messe in fila da Melloni in un metaromanzo tascabilissimo risorgimentalresistenziale - Melloni! enciclopedico alla diderot con un tempo di esposizione paragonabile ad uno sketch di Ale e Franz, hai tu rivelato di essere un esteta della parola e un narciso parolistico alla bergonzoni: dio vi benedica, tu e la parola! Melloni è stato una spanna sopra a tutti, nella mia personale classifica precede anche i pantaloni a vita bassissima della bella inviata quarantenne di un'agenzia giornalistica X che sembrava amorevole come un generale sudamericano e in cerca di sesso da raccontare all'analista come una quindicenne di mezz'età: tu! Pussa via al secondo posto, pantalonata bassa, depositaria di tondità tentatrici, tentacoli per gli occhi dentro alla stanzina con vista sulla platea al terzo ordine piena di strampalati giornalisti di Nehanderthal singles a seconda dei casi, cuori momentaneamente solitari con gli occhi a mangiarti mentre il suddetto Melloni cercava di far compiere all'umanità un salto avanti nella faticosa scala evoluzionistica....
Che spettacolo al Valli, che fiera campionaria! Il codone presidenziale planato da marte in mezzo ad una pletora di consiglieri comunali e sindaci di campagna dallo sbadiglio facile pieni di inconsapevole gaiezza nello stare seduti al Valli vicino a lui, GIORGIO re di Napoli, l'uomo che sta sul colle come il piccolo principe su un suo satellite e che ha il potere ineffabile di non firmare una legge, solo una volta senza passare dal via, e di mettersi il cappello di paglia l'estate.... lui l'uomo che ha sfidato la bandana arcorina con il panama, uomo di popolo snobbissimo, che chissà come la pensava sull'ungheria e su imre nagy? Nescio! Nel 2011 siamo tutti riformisti e in ungheria c'è la censura preventiva sui tg, come in italia: viva il socialismo irreale di retrogusto putiniano. Da ringraziare l'incompreso comitato disorganizzatore, che ha ben pensato di non turbare la morale delle schizzinose consigliere comunali locali invitando a Reggio figuri tipo parlamentari, ministri o segretari di partito ... ed è stata la scelta giusta: mai vista una mattinata così pedagogica dai tempi in cui ero utente di Reggio Children.
Ma partiamo dall'Inizio. Alle 8.59 di una gelida mattina di gennaio, 7 gennaio 2011, mi chiama il fotografo: la cerimonia in piazza Prampolini sta cominciando con un minuto intero d'anticipo sul programma - altro che paese latino! Ordine e disciplina... un trenino giapponese troppo zelante sotto le mentite spoglie di presidente della repubblica suona la sveglia alla macchina organizzativa quando in piazza neanche ci sono i sindaci di Torino Roma e Firenze! Tutti in ritardo, il presidente ha fretta, panico! Mezza aristocrazia politica locale è ancora oltre le transenne con le briciole della brioche sulla camicia (si noterà una consigliera regionale socialista sgomitare in mezzo alla folla per affacciarsi in prima fila tra il pubblico e chiedere come poter zompare all'interno dell'area vip con, tanto per fare esempi, Romano Prodi e la Masini). La cerimonia, sempre uguale a se stessa, con rarissimi tricolori tra i cittadini come tutti gli anni, con altrettanto rari vessilli alle finestre, registra ancor meno presenze tra gli under 18, tanto da far sembrare il tutto la festa della bocciofila con giovani parenti al seguito solo in quanto troppo piccoli per stare a casa da soli... eppure a parte questi dettagli un po' così la gente è tanta, il rituale ha i suoi momenti emozionanti. Prodi in piazza viene salutato come un messia, con l'età la di lui faccia ha assunto un tratto più coerente col suo navigatissimo profilo di predatore delle acque politiche. Il mortadella assomiglia sempre più a un poliziotto irlandese pronto a randellare per la terza volta consecutiva silvietto bello da pornolandia, se qualcuno glielo consentisse. E' un uomo in cerca di rivincita, e va temuto.
Per sua sfiga c'è anche un altro contendergli lo scettro dell'amor di popolo, il bellissimo Matteo Renzi, nato sotto l'ascendente del phon, che verrà inchiodato allo sfondo patinato delle sue battute da prete da una insospettabile vecchina ... ma di questo parleremo dopo... Torniamo a piazza Prampolini e a uno dei momenti più deliziosi della mattinata: l'arrivo di Gianni Letta e del sindaco di Roma Alemagno, con stampella. Mai sentita prima di quel lento attraversamento la percezione fisica dell'odio arrivarmi alle narici attraverso l'umidità dell'aria. Gelo feroce della folla. Le poche bandiere non sventolavano. Le mamme non sorridevano. I bambini si sentivano vecchi per la prima volta nella loro vita. Poi, finito il passaggio dell'attonito corteo, la piazza è tornata a farsi sentire col suo brusio e persino qualche piccione ha ripreso a volare, con circospezione.
Altra delizia per gli occhi, il momento degli inni: Donato Vena, l'internazionalista della pizzica, canta Mameli a squarciagola come se fosse un parà della Folgore; a suo fianco un algido furetto del post-moderno Pd, tace assorto in altri pensieri... Mi volto verso i colleghi e vedo lo sguardo di marmo di un giornalista del Tg5 molto noto. Ha già capito che a parte il quartetto Napolitano-Prodi-Letta - Amato, siamo a qualcosa di pericolosamente simile ad una sagra. E la pupilla gli s'incupisce...
C'è giusto il tempo di mezza telefonata e poi si sgattaiola via verso il Teatro Valli, dove Napolitano e le sue truppe tricolorizzate ci intratterranno per le due orette seguenti (ritardo incluso) con ampie e articolate orazioni su quanto siano necessari a noi mortali per comprendere il senso pieno del vivere in questa idiliaca comunità minacciata dagli orchi delle tenebre arcorine. Il servizio d'ordine da 12 settembre impone ai cronisti una bella entrata in sordina da porticina secondaria, con tanto di controllo dei documenti: due dei tre che mi precedono hanno dati sbagliati sul pass, ma entrano uguale, al terzo nemmeno lo guardano il pass, perchè lo conoscono... e a mia volta non vengo cagato nemmeno io, in questo teso momento in cui mi illudevo di poter essere scambiato per una minaccia per lo Stato... A completare il quadro, un mezzo migliaio di colleghi entrerà poco dopo nel teatro senza nemmeno passare dai controllori del ticket, semplicemente mescolandosi alla folla degli invitati. Per fortuna c'erano i cecchini sui tetti della città a vegliare sul Presidente, o sulla Befana, chi lo sa...
La piazza Martiri del 7 luglio nel frattempo è stracolma di gente che vuol vedere se Napolitano esiste anche nella realtà oltre che nei Tg nazionali, ma la vita vuori dal Valli non è semplice: i discorsi di Delrio, Masini e Melloni nemmeno si sentono, poi un pullman passa davanti al maxischermo e la folla si incazza di brutto... i cecchini sui tetti iniziano ad innervosirsi, in mezzo alla plebe c'è pure un bizzarro argentino con una bandiera di legno, vicino ad altri "sospetti immigrati" figli di cittadini italiani che seguono con spavaldo coraggio tutta la cerimonia.
La gente non si perde molto. Di Melloni abbiamo già detto, automonumentalizzato. Delrio fa bene il suo compito e quindi si celebra senza dare nell'occhio. La Masini come talvolta le accade esce di tono rispetto alla manifestazione e comizia alla grande con voce rotta dall'emozione: sta quasi piangendo quando si appella al presidente perchè faccia da esempio ai giovani (e ci mancherebbe: presiede la Repubblica, mica il Consiglio) mentre i colleghi inviati dalle agenzie di stampa si scambiano sguardi sempre più carichi di interrogativi...
Proprio mentre lo scontento popolare sta per montare oltre il sostenibile, con pensionati che pensano di utilizzare i loro berrettini come corpi contundenti, prende la parola, in teatro e sul teleschermo, il presidente Napolitano: lo fa con voce alta e stentorea che supera i limiti tecnici e viene distintamente avverttita pure in piazza, scatenando il composto tripudio interiore degli astanti. Ed è un clamoroso crescendo: si parte da una palude di salsa storiografica per finire con una serie di cazzotti verbali alla Lega e al federalismo secessionista, con un trionfo di applausi che nemmeno a un concerto di Ramazzotti. Seminascosto tra la folla, l'implume consigliere comunale e vicepresidente del consiglio leghista Gianluca V., che ha fatto una sommessa pernacchia al presidente provinciale della Lega ed è andato a Teatro fregandosene del di lui divieto: mal gliene incolse. Alla fine si fingerà fan di musica classica:"Sono qui per il concerto". E giù con l'ampolla del Monviso a sciacquarsi la bocca.
E' quasi l'una quando il concerto finisce e il presidente si affaccia su piazza Prampolini per un "bagno di folla". C'è poca gente ma l'entusiasmo schizza a mille: dopo aver cagato meno di zero la stampa, Napolitano si rimette la faccia da nonno della nazione e prova a fare il Ciampi e il Pertini per qualche minuto, stringendo qualche mano e dispensando generose sopraccigliate di comprensione ai congelati fans del Colle. Qualcuno gli lascia anche un pacchetto regalo, per il terrore della scorta: il tutto viene fatto sparire per sempre nel giro di venti nanosecondi. Il corteo presidenziale riparte a razzo verso il pranzo in questura ma a regalare spettacolo in piazza c'è uno smisurato Matteo Renzi, che con la sua verve da gita delle superiori ha totalmente oscurato per tutta la mattinata sia mr Plombe Chiamparino che Alemanno.
Lo show era iniziato in piazza Prampolini ma purtroppo me lo sono perso, poi è proseguito al Valli: prima il bellone fiesolano ha eluso la stampa con un raffinatissimo "ho urgenti impegni di gabinetto", accompagnato nel momento del bisogno proprio dal responsabile di gabinetto del sindaco del comune di Reggio... poi in piazza è stato un vero bagno di folla, con una manica di cinquantenni euforizzate a chiedergli una foto ricordo o una dedica. "Sei il più bravo, Renzi", gli urla un militante infervorato e lui replica "Si vede che non mi conoscete, eh eh". Lo rintuzza una carampana con una bellissima permanente: "Sei proprio bello Renzi!" e lui sempre più a suo agio: "Nooo, anche Delrio è un bell'omo..." e infine, un'insospettabile sfinge di 89 anni truccatissima lo parcheggia così: "Con quell'espressione speriamo che questo sia un attore... perchè non c'ha proprio la faccia da sindaco..."
Vox populi.
(Epaminonda de Ossorio)
Che spettacolo al Valli, che fiera campionaria! Il codone presidenziale planato da marte in mezzo ad una pletora di consiglieri comunali e sindaci di campagna dallo sbadiglio facile pieni di inconsapevole gaiezza nello stare seduti al Valli vicino a lui, GIORGIO re di Napoli, l'uomo che sta sul colle come il piccolo principe su un suo satellite e che ha il potere ineffabile di non firmare una legge, solo una volta senza passare dal via, e di mettersi il cappello di paglia l'estate.... lui l'uomo che ha sfidato la bandana arcorina con il panama, uomo di popolo snobbissimo, che chissà come la pensava sull'ungheria e su imre nagy? Nescio! Nel 2011 siamo tutti riformisti e in ungheria c'è la censura preventiva sui tg, come in italia: viva il socialismo irreale di retrogusto putiniano. Da ringraziare l'incompreso comitato disorganizzatore, che ha ben pensato di non turbare la morale delle schizzinose consigliere comunali locali invitando a Reggio figuri tipo parlamentari, ministri o segretari di partito ... ed è stata la scelta giusta: mai vista una mattinata così pedagogica dai tempi in cui ero utente di Reggio Children.
Ma partiamo dall'Inizio. Alle 8.59 di una gelida mattina di gennaio, 7 gennaio 2011, mi chiama il fotografo: la cerimonia in piazza Prampolini sta cominciando con un minuto intero d'anticipo sul programma - altro che paese latino! Ordine e disciplina... un trenino giapponese troppo zelante sotto le mentite spoglie di presidente della repubblica suona la sveglia alla macchina organizzativa quando in piazza neanche ci sono i sindaci di Torino Roma e Firenze! Tutti in ritardo, il presidente ha fretta, panico! Mezza aristocrazia politica locale è ancora oltre le transenne con le briciole della brioche sulla camicia (si noterà una consigliera regionale socialista sgomitare in mezzo alla folla per affacciarsi in prima fila tra il pubblico e chiedere come poter zompare all'interno dell'area vip con, tanto per fare esempi, Romano Prodi e la Masini). La cerimonia, sempre uguale a se stessa, con rarissimi tricolori tra i cittadini come tutti gli anni, con altrettanto rari vessilli alle finestre, registra ancor meno presenze tra gli under 18, tanto da far sembrare il tutto la festa della bocciofila con giovani parenti al seguito solo in quanto troppo piccoli per stare a casa da soli... eppure a parte questi dettagli un po' così la gente è tanta, il rituale ha i suoi momenti emozionanti. Prodi in piazza viene salutato come un messia, con l'età la di lui faccia ha assunto un tratto più coerente col suo navigatissimo profilo di predatore delle acque politiche. Il mortadella assomiglia sempre più a un poliziotto irlandese pronto a randellare per la terza volta consecutiva silvietto bello da pornolandia, se qualcuno glielo consentisse. E' un uomo in cerca di rivincita, e va temuto.
Per sua sfiga c'è anche un altro contendergli lo scettro dell'amor di popolo, il bellissimo Matteo Renzi, nato sotto l'ascendente del phon, che verrà inchiodato allo sfondo patinato delle sue battute da prete da una insospettabile vecchina ... ma di questo parleremo dopo... Torniamo a piazza Prampolini e a uno dei momenti più deliziosi della mattinata: l'arrivo di Gianni Letta e del sindaco di Roma Alemagno, con stampella. Mai sentita prima di quel lento attraversamento la percezione fisica dell'odio arrivarmi alle narici attraverso l'umidità dell'aria. Gelo feroce della folla. Le poche bandiere non sventolavano. Le mamme non sorridevano. I bambini si sentivano vecchi per la prima volta nella loro vita. Poi, finito il passaggio dell'attonito corteo, la piazza è tornata a farsi sentire col suo brusio e persino qualche piccione ha ripreso a volare, con circospezione.
Altra delizia per gli occhi, il momento degli inni: Donato Vena, l'internazionalista della pizzica, canta Mameli a squarciagola come se fosse un parà della Folgore; a suo fianco un algido furetto del post-moderno Pd, tace assorto in altri pensieri... Mi volto verso i colleghi e vedo lo sguardo di marmo di un giornalista del Tg5 molto noto. Ha già capito che a parte il quartetto Napolitano-Prodi-Letta - Amato, siamo a qualcosa di pericolosamente simile ad una sagra. E la pupilla gli s'incupisce...
C'è giusto il tempo di mezza telefonata e poi si sgattaiola via verso il Teatro Valli, dove Napolitano e le sue truppe tricolorizzate ci intratterranno per le due orette seguenti (ritardo incluso) con ampie e articolate orazioni su quanto siano necessari a noi mortali per comprendere il senso pieno del vivere in questa idiliaca comunità minacciata dagli orchi delle tenebre arcorine. Il servizio d'ordine da 12 settembre impone ai cronisti una bella entrata in sordina da porticina secondaria, con tanto di controllo dei documenti: due dei tre che mi precedono hanno dati sbagliati sul pass, ma entrano uguale, al terzo nemmeno lo guardano il pass, perchè lo conoscono... e a mia volta non vengo cagato nemmeno io, in questo teso momento in cui mi illudevo di poter essere scambiato per una minaccia per lo Stato... A completare il quadro, un mezzo migliaio di colleghi entrerà poco dopo nel teatro senza nemmeno passare dai controllori del ticket, semplicemente mescolandosi alla folla degli invitati. Per fortuna c'erano i cecchini sui tetti della città a vegliare sul Presidente, o sulla Befana, chi lo sa...
La piazza Martiri del 7 luglio nel frattempo è stracolma di gente che vuol vedere se Napolitano esiste anche nella realtà oltre che nei Tg nazionali, ma la vita vuori dal Valli non è semplice: i discorsi di Delrio, Masini e Melloni nemmeno si sentono, poi un pullman passa davanti al maxischermo e la folla si incazza di brutto... i cecchini sui tetti iniziano ad innervosirsi, in mezzo alla plebe c'è pure un bizzarro argentino con una bandiera di legno, vicino ad altri "sospetti immigrati" figli di cittadini italiani che seguono con spavaldo coraggio tutta la cerimonia.
La gente non si perde molto. Di Melloni abbiamo già detto, automonumentalizzato. Delrio fa bene il suo compito e quindi si celebra senza dare nell'occhio. La Masini come talvolta le accade esce di tono rispetto alla manifestazione e comizia alla grande con voce rotta dall'emozione: sta quasi piangendo quando si appella al presidente perchè faccia da esempio ai giovani (e ci mancherebbe: presiede la Repubblica, mica il Consiglio) mentre i colleghi inviati dalle agenzie di stampa si scambiano sguardi sempre più carichi di interrogativi...
Proprio mentre lo scontento popolare sta per montare oltre il sostenibile, con pensionati che pensano di utilizzare i loro berrettini come corpi contundenti, prende la parola, in teatro e sul teleschermo, il presidente Napolitano: lo fa con voce alta e stentorea che supera i limiti tecnici e viene distintamente avverttita pure in piazza, scatenando il composto tripudio interiore degli astanti. Ed è un clamoroso crescendo: si parte da una palude di salsa storiografica per finire con una serie di cazzotti verbali alla Lega e al federalismo secessionista, con un trionfo di applausi che nemmeno a un concerto di Ramazzotti. Seminascosto tra la folla, l'implume consigliere comunale e vicepresidente del consiglio leghista Gianluca V., che ha fatto una sommessa pernacchia al presidente provinciale della Lega ed è andato a Teatro fregandosene del di lui divieto: mal gliene incolse. Alla fine si fingerà fan di musica classica:"Sono qui per il concerto"
E' quasi l'una quando il concerto finisce e il presidente si affaccia su piazza Prampolini per un "bagno di folla". C'è poca gente ma l'entusiasmo schizza a mille: dopo aver cagato meno di zero la stampa, Napolitano si rimette la faccia da nonno della nazione e prova a fare il Ciampi e il Pertini per qualche minuto, stringendo qualche mano e dispensando generose sopraccigliate di comprensione ai congelati fans del Colle. Qualcuno gli lascia anche un pacchetto regalo, per il terrore della scorta: il tutto viene fatto sparire per sempre nel giro di venti nanosecondi. Il corteo presidenziale riparte a razzo verso il pranzo in questura ma a regalare spettacolo in piazza c'è uno smisurato Matteo Renzi, che con la sua verve da gita delle superiori ha totalmente oscurato per tutta la mattinata sia mr Plombe Chiamparino che Alemanno.
Lo show era iniziato in piazza Prampolini ma purtroppo me lo sono perso, poi è proseguito al Valli: prima il bellone fiesolano ha eluso la stampa con un raffinatissimo "ho urgenti impegni di gabinetto", accompagnato nel momento del bisogno proprio dal responsabile di gabinetto del sindaco del comune di Reggio... poi in piazza è stato un vero bagno di folla, con una manica di cinquantenni euforizzate a chiedergli una foto ricordo o una dedica. "Sei il più bravo, Renzi", gli urla un militante infervorato e lui replica "Si vede che non mi conoscete, eh eh". Lo rintuzza una carampana con una bellissima permanente: "Sei proprio bello Renzi!" e lui sempre più a suo agio: "Nooo, anche Delrio è un bell'omo..." e infine, un'insospettabile sfinge di 89 anni truccatissima lo parcheggia così: "Con quell'espressione speriamo che questo sia un attore... perchè non c'ha proprio la faccia da sindaco..."
Vox populi.
(Epaminonda de Ossorio)
martedì 23 novembre 2010
Dante, il veltro e il Banana dimezzato - Riflessione sul potere dei media e sulle illusioni degli italiani di ogni epoca
Sono passati 700 anni da quando Dante mise mano alla Commedia eppure sembra proprio che il poeta parli agl' italiani d'oggi quando, nel Canto primo, appoggia sulle labbra di Virgilio l'unica profezia "in senso proprio" di tutto il poema: quella per cui la lupa della cupidigia verrà sbranata da un veltro (cane da caccia di straordinarie capacità d'aggressione), che la farà morir "con doglia". Dante sintetizza in pochi versi l'attesa delle genti italiche verso un "liberatore politico", speranzose in un condottiero che non sia ingordo di terre e di denaro, ma che anzi persegua i suoi fini secondo sapienza, amore e virtù. Ci penserà Machiavelli circa duecento anni dopo a dare un volto più realistico e cinico al principe, un messia denudato di santità presunte chiamato alla guida dello stato con senso politico vero e proprio.
E oggi? In queste settimane di caos, con il Parlamento trasformato in un incrocio tra la suburra e l'isola dei famosi, si celebra proprio il tramonto di colui che nell'immaginario collettivo ha incarnato una certa idea di leader forte della politica, il messia antennuto e dalle singolari abitudini notturne che si dice guidato dall'amore (secondo un'autodefinizione indulgente e molto meno ingenua di quanto non si voglia far credere). Silvio Berlusconi è agli sgoccioli della sua carriera di condottiero, dicono gli osservatori con lo sguardo fisso all'orizzonte: previsione rischiosissima, visto che l'uomo ha la dote di uscire da sepolcri a lui destinati con l'aria del visitatore occasionale.
Quel che è certo è invece un altro punto di analisi: dovrebbe essere accantonata la speranza nel leader risolutore, nell'uomo solo al comando che in base alla sue trascendenti qualità nascoste riuscirà a trarre miracolosamente la nazione fuori dalle sabbie mobili nelle quale puntualmente dalla sua nascita sembra essersi cacciata. Anzi, mai come oggi, riprendendo l'allegoria dantesca, il veltro e la lupa sembrano essersi messi d'accordo per generare un ibrido nocivo ad egli stesso e alla comunità.
Così sia; il crepuscolo del berlusconismo, tornando a bomba, svela tra le sue ombre i contorni di una verità sempre più salda: l'idea di un leader forte è superata.
A spiegare bene il perchè da una prospettiva della società dell'informazione è il libro del sociologo Joshua Meyrowitz che si intitola "Oltre il senso del luogo". Meyrowitz collega l'idea di autorità al controllo delle informazioni, sostenendo che la sempre maggiore pervasività dei media erode il fondamento del rapporto tra superiore e inferiore. Entrando sempre più nel retroscena, svelando le debolezze e gli scivoloni, le umane miserie e le imperterrite aberrazioni del leader, la comunicazione riequilibra il potere a favore del sottoposto. E in effetti la tv, terreno militarizzato dal berlusconismo imperante, ha contribuito, grazie ai pochi interstizi di libertà rimasti, di mostrare un premier gaffeur e invecchiato, poco ilare e crudele. E su internet è ovviamente anche peggio. Con il tramonto della centralità televisiva, tramonta anche il pilastro centrale della macchina del consenso del premier. E' un percorso lento ma inevitabile.
Rimodellando gli spazi sociali, facendo crollare muri informativi una volta alti e spessi come i millenni in cui erano stati creati, i media creano i presupposti per un indebolimento dei rapporti di potere tradizionali in ogni ambito sociale: nella politica così come nella famiglia (la crisi del ruolo maschile nei nuclei basati su relazioni parentali) e nel rapporto tra generi (il lento riequilibrio tra uomo e donna). Berlusconi si trova oggi in balia delle informazioni che circolano: l'avvisaglia che anche per lui si avvia una fase di leadership debole.
Non è detto, però, che ciò sia un procedimento "buono" e "positivo": basti pensare agli studi di scuola americana sul rapporto tra giornalismo di advocacy (quello che fa le pulci al potere) e la sfiducia sempre più ampia nell'elettorato verso le istituzioni. Fenomeni complessi, quelli che stiamo vivendo, i cui esiti potrebbero essere anche infausti; e i segnali di una preoccupante crisi delle democrazie ci sono tutti. Serve un'iniezione di valori per rinvigorire un sistema politico fiaccato, che paradossalmente perde credibilità proprio attraverso le inchieste da tutti applaudite come inevitabili e necessarie. Se non indurranno ad un maggiore senso di responsabilità nella sfera politica, le "inchieste" porteranno solo a favorire gli interessi particolari di chi vede male ogni centro di mediazione orientato al bene comune.
lunedì 22 novembre 2010
I Vergini
Succede che il Prefetto De Miro neghi la certificazione antimafia a dieci aziende reggiane e non ne faccia i nomi. Succede che Iren si accorga che, guarda caso, queste dieci aziende abbiano appalti in essere proprio con la nostra multiservizi. Succede che nessuno voglia fare i nomi di queste dieci aziende.
Reggio Emilia è in Italia e non ci possiamo aspettare altro.
domenica 21 novembre 2010
Offlaga Disco Pax, B Sharp, Marlene Kuntz: godimenti musicali
Fine settimana a tutta musica. Prima al concerto dei B Sharp all'Officina delle Arti con uno scatenato Valerio Carboni a orchestrare quasi un'ora e mezza di grande musica e grandi atmosfere jazz. Virtuosismi a profusione e chiacchiere di note tra sole e nebbia, musica per menti gioiose, a volte difficile, mai banale.
Poi gli Offlaga Disco Pax al Calamita a Cavriago, un concerto con le loro storie dentro le loro storie: musica da cameretta grande come la Pianura, nostalgie canaglie, il passato che non passa, uno sguardo interiore su una rivoluzione mancata e su tutte le rivoluzioni inciampate nel vuoto. Finale di serata in silenziosa passeggiata sotto la pioggia a piazza Lenin, dove si sta tenendo un improvvisato "congresso" del Plc trentino (tre reduci in pellegrinaggio guidati dall'Idea, come la chiama il più anziano del manipolo) e raccogliticce delegazioni emiliane: ore due del mattino, il busto guarda inevitabilmente ai cieli oltre le epoche e non può sapere che intorno una rettangolare colata di cemento ha chiuso gli orizzonti di molte illusioni. Venti o palazzine sono le nuove custodi del busto fuso cent'anni fa, un altrove totale.
In sottofondo il ritorno dei Marlene Kuntz, con una gustosa anteprima in free streaming in circolo da 72 ore. Si parla di internet, di sesso, di solitudine. Un morso nella mela, questa volta con i denti affilati: chitarre e suoni adatti al blasone del quintetto. Testi sempre più raffinati per frugare nei forzieri dell'anima, suoni grezzi e nuove aperture melodiche sotto il cielo dei cantautori.
Tu chiamale, se vuoi, evoluzioni.
giovedì 18 novembre 2010
Grande serata alla Gabella - Una rivoluzione morale è iniziata
La nascita del gruppo dei giovani contro le mafie è la cosa migliore che sia successa a Reggio dal punto di vista sociale negli ultimi dieci o forse venti o addirittura trenta anni. Un manipolo di ragazzi neanche maggiorenni che si mettono in gioco per l'unica vera rivoluzione in cui è necessario credere, oggi, nel 2010, in Italia: la lotta contro le organizzazioni criminali.
Non è allarmismo e bisogna essere chiari su questo punto: il 50% dell'economia nazionale ha a che fare con l'illegalità organizzata. Non stiamo parlando di machismo da osteria, o di marginali armati organizzati in bande.
Stiamo parlando di quello che attualmente è la più seria minaccia alla democrazia presente su piazza. E il motivo è semplice: l'illegalità si sta mangiando l'economia, e l'economia ha invertito il suo rapporto con la politica, entrando nel suo territorio e relegandola in una posizione ancillare. Il mafioso non ha più bisogno del politico corrotto: il politico piegherà automaticamente la testa di fronte a una forza che lo sovrasta e rispetto alla quale non ha i mezzi per opporsi.
Occorre una rivoluzione, una rivoluzione morale.
I ragazzi del gruppo giovani contro le mafie di Reggio la stanno facendo. Una rivoluzione contro l'apatia, contro l'ignoranza. Contro la legge del più forte. Contro il potere, un potere marcio e corrotto che ha avvelenato i pozzi della nostra democrazia.
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