Parole che si basano su un presupposto insussistente: affermare che lo scrittore può descrivere la realtà significa vivere sulle palafitte del pensiero magico. Chi pensa questo dimostra di essere ancora dentro le caverne della Val Camonica: gli autori delle incisioni rupestri del paleolitico erano convinti di poter controllare l'essenza di quello che raffiguravano mediante l'atto della raffigurazione stessa. Oggi il giornalista sa come prima cosa che non potrà descrivere la realtà, proprio perchè il concetto di realtà si colloca all'interno di un orizzonte (che è il discorso in se stesso) da cui l'essenza del mondo è di fatto esclusa, ammesso che essa esista davvero. Non esiste una realtà, esistono linguaggi e regole di funzionamento ad essi tutte interne. Esiste il caos dell'infinita materia, e poi esiste il "senso", che fa da colla a frammenti coerenti, secondo un principio che non è quello dell'identità tra parola e mondo ma quello della funzionalità ai molteplici scopi dell'uomo. Persino il discorso scientifico ha rinunciato all'idea di poter descrivere la realtà, da quando ci siamo accorti che l'osservazione "crea" l'oggetto da osservare. Quella che chiamiamo realtà è un'ipotesi, una fuga, una ritirata nei meandri dell'allusione. Una pianura silente che non parla all'uomo e che non serve all'uomo, se non come punto d'appoggio per le sue pretese nel rapporto con la "sostanza" ad esso esterna: quindi un grande fantasma.
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